Interviste

Nel dimenticatoio niente più

Nel dimenticatoio niente più


Ilaria Truzzi  ha 35 anni, una laurea triennale in Ingegneria Informatica conseguita a Mantova e da circa nove anni lavora in Mitech. Il suo ruolo si gioca all’interno dell’area documentale e lei lo racconta con una chiarezza e una linearità che le appartengono dalla nascita, forse sono agevolate da un lavoro che punta a far ordine fra i fogli di carta e i fogli digitali, quelli che non bisogna perdere ma che l’errore umano può smarrire. Ilaria ci spieghi con precisione cosa fate voi dell’area documentale? IT – Noi ci occupiamo di gestire la dematerializzazione dei documenti all’interno di un’azienda, prevalentemente le fatture – chiaramente i “fogli” più importanti – e a seguire, in termini di rilevanza, i ddt, gli ordini e poi tutti quei documenti utili alla operatività aziendale (mail, allegati, foto di un prodotto, schede del prodotto, piani di investimento, liste di carico e altri documenti del magazzino). Chiaro che le fatture sono i documenti prioritari sia per il presente dell’azienda che per l’obbligo legale a conservarli per dieci anni. Quindi il vostro lavoro è finalizzato a creare un archivio digitale ordinato? IT – Sì ma non solo: in realtà quello che noi facciamo è un’operazione più indirizzata al “dinamismo” del documento che alla sua mera conservazione, non a caso si chiama “workflow”. Con questa parola si sintetizza il senso del nostro lavoro: noi immettiamo un documento all’interno di un sistema per attivare un flusso che permetta di far esaminare lo stesso a più persone e a farle collaborare in modo più efficace rispetto all’operatività a cui è destinato quel foglio. L’obiettivo è “mantenere memorizzate” le prassi che seguono la vita di un documento creando un percorso tracciato che dia costantemente il monitoraggio dell’operatività nelle sue varie fasi. Ci fai un esempio? IT – Allora, andiamo molto sul concreto: c’è un foglio che è la conferma “solenne” per l’acquisto di una partita di viti. Questo foglio – tra il dirigente che l’ha firmato e il momento in cui verrà inviato dall’ufficio acquisti al fornitore esterno – vedrà diversi passaggi: da un team tecnico che valuta la scelta all’ufficio acquisti che considera se la spesa è affrontabile fino alla dirigenza. Se questa scelta di investimento non andrà a buon fine, con uno strutturato sistema di workflow noi sapremo dove si è bloccata e perché e potremo intercettare le dinamiche che l’hanno governata: scelte vere e proprie, errori, dimenticanze. In assenza di un workflow tanto è lasciato all’efficienza-inefficienza del singolo e ricostruire i motivi per cui un documento non si è mosso nella maniera corretta – perso, lasciato in un cassetto, negligenza di chi doveva inviarlo, scelta di non avvallare l’investimento – diventa nebuloso. Prima mi spiegavi che – per ora – il vostro lavoro rimane comunque molto legato alla registrazione del flusso delle fatture più che ad altra documentazione. Ma da quando c’è la fatturazione elettronica imposta dallo Stato per cui i documenti sono già tutti digitalizzati, non è venuta meno buona parte del vostro lavoro? IT – No, anzi, direi piuttosto che il nostro lavoro è migliorato da quando le aziende sono obbligate a digitalizzare. Il sistema di fatturazione elettronica è funzionale ad una comunicazione efficiente con l’agenzia delle Entrate e al pagamento delle tasse, il nostro invece è un lavoro tutto interno all’azienda e finalizzato a un’efficiente gestione documentale. Prima della fatturazione elettronica, per digitalizzare un documento, era fondamentale un lettore ottico dei dati delle fatture che spesso non era sufficiente a dare una visione del tutto chiara e corretta; adesso invece la fattura arriva in un formato direttamente leggibile e la visibilità di ogni singolo dato è da subito ottimale. Come si interseca il vostro lavoro con il gestionale Sap per la documentazione? IT – Quando noi configuriamo il Vim (Vendor Invoice Management è un prodotto di Open text fruibile da Sap), lo adattiamo il più possibile alle esigenze del cliente. Come si fa a personalizzarlo in modo adeguato? Passiamo una prima giornata dal cliente e facciamo un’analisi di come lavora l’azienda così da capire cosa dobbiamo preservare e modificare del gestionale di base. Poi configuriamo il Vendor Invoice Management in modo personalizzato e diamo al cliente la possibilità di fare un test di prova. Individuati i punti deboli, il sistema viene nuovamente adeguato e diventa operativo. Di recente cominciamo a confrontarci con le aziende seguendo una nuova metodologia, già diffusa in diversi settori, quella “Agile”, che scavalca la fase di analisi, configurazione per il test e messa in opera introducendo fin da subito le persone che andranno ad utilizzare il sistema nel sistema stesso. L’obiettivo di questa metodologia è ridurre i tempi di formazione e abbassare le aspettative di chi lo utilizzerà inserendole immediatamente nella pratica del lavoro.
Di corsa in Mitech

Di corsa in Mitech


Gian Marco Mazzocchi  classe 1974, laurea in ingegneria Gestionale nel 1999 e un curriculum che annovera talmente tante esperienze professionali da renderlo il candidato ideale per poter tenere corsi su come e dove cercare un’occupazione se sei un neolaureato in Ingegneria. Un lungo percorso che lo porterà, a dieci anni dalla laurea, precisamente nel 2009, a lavorare nella nostra azienda. Qual è stata la tua esperienza più significativa di lavoro prima di quello attuale? GM – Dal punto di vista umano e di esperienza, direi quasi tutte. Dal punto di vista professionale, sia il lavoro del 2001 in Informatica Trentina che quello in Infobusiness, una società di Parma del gruppo Infocamere, in cui il mio ruolo era quello di analista e project manager all’interno della Camera di Commercio di Roma per un progetto workflow management, lavoro entusiasmante e complesso visto che dovevamo mettere “ordine” nell’enormità di informazioni e processi riguardanti imprese, albi, registri, e pratiche relative ai vari settori. Questa esperienza e ciò che ho imparato verrà poi fatto fruttare nell’esperienza in Mitech dove, appunto, mi occupo di gestione di sistemi documentali, di Business Process Management e delle relative tecnologie nell’ambito dell’ecosistema SAP. Prima di Mitech, però, passano diversi anni, durante i quali lavori anche molto lontano da Mantova, sia in Australia che negli Stati Uniti, come mai ti sposti così lontano? In quegli anni, per diverse ragioni, mi appassiono al triathlon e conosco il titolare del Winning Time di Mantova, un’azienda di Mantova con business un po’ in tutto il mondo che vende sistemi di cronometraggio per lo sport. Decido di mettermi in gioco provando a cambiare lavoro e inizio a fare per loro il commerciale estero. Ed è proprio mentre mi trovo negli Stati Uniti che conosco Coreen, mia moglie, per la quale decido di trasferirmi a Denver, in Colorado. Mi iscrivo alla University of Colorado dove conseguo un MBA (Master of Business Administration). Ma le offerte nel campo sportivo superano di gran lunga quelle del settore informatico – o forse ero io che guardavo maggiormente alle prime – e infatti continuo a fare il commerciale per un’azienda specializzate in questo ambito, Ipico Sport. Più recentemente, fra l’altro, vivrò anche una parentesi lavorativa in Australia di poco più di un anno, questa volta invece in ambito informatico. Viste le tue diverse esperienze lavorative sia per tipologia di lavoro che per luogo ove svolgerlo, ci riesci a fare una sintesi dell’aspetto culturale che sta alla base della vita professionale italiana? GM – Si dice che l’Italia sia “un paese di santi, poeti e navigatori”. Io trovo la definizione molto valida. Da noi c’è molto talento individuale ma spesso questo si disperde nel caos organizzativo e nella inefficienza gestionale delle aziende. In Germania, tanto per rimanere all’interno dei confini europei, non è così, o, parlo per esperienza personale, negli Stati Uniti o in Australia. L’Italia ha grandi pensatori e scienziati ma pochi successi imprenditoriali duraturi di ampio respiro, quei pochi sono eccezionali eccellenze – e sottolineo il concetto di eccezionale nel senso di “eccezione alla regola” – come, ad esempio, Luxottica o Ferrero. Abbiamo poca disciplina e coesione, ingaggiamo spesso e volentieri guerre da vicinato, non siamo bravi a fare soldi facendo quello che sappiamo fare bene. In aggiunta siamo estremamente melodrammatici, basti guardare le e-mail di una qualsiasi azienda italiana inviate nel corso di un semestre: quelle che hanno per oggetto “urgente” declinato anche nei vari superlativi, non si contano. Come non si disegnano urla, strepiti o insulti nel nostro modo di operare. Eppure, pare incredibile, siamo ancora in piedi… GM – Beh, l’arte della sopravvivenza la applichiamo benissimo: da un lato le carenze organizzative ci hanno resi elastici e adattabili, dall’altro non sempre disdegniamo i sotterfugi. E riusciamo a vivere sempre a un passo dall’affondare, siamo degli esperti di sopravvivenza economica; se dovesse capitare all’Australia una crisi economica come quelle che viviamo noi ci sarebbe un suicidio di massa. Quindi, tornando al presente e alla tua realtà specifica, quali sono gli aspetti positivi del tuo lavoro alla Mitech e quali invece quelli per cui il lavoro diventa più complesso? GM – Lavorare in Mitech significa stare a diretto contatto con la realtà delle imprese e degli ambiti applicativi, cosa che ti permette di sviluppare buone competenze ed esperienza, anche perché si tratta di creare soluzioni informatiche chiavi in mano e da tale processo si impara molto. Però non di rado noi siamo anche l’ultimo anello della catena di consulenza, quello che arriva a risolvere problemi quando il malato è molto malato e il danno è già stato fatto. E dobbiamo lavorare con persone giustamente scontente che hanno già speso soldi e tempo e che adesso vorrebbero risoluzioni facili, immediate ed economiche. Quindi il nostro lavoro si inserisce in un contesto anche psicologico non sempre “pacifico”: però, visto che i problemi ci sono e vanno affrontati, la nostra capacità di ascolto, comprensione e risposta ha fatto sì che in tanti casi riuscissimo a risolvere situazioni complesse con ottimi risultati, acquisendo la fiducia dei nostri clienti finali.
L’innovazione da Ford a Facebook fino ai robot

L’innovazione da Ford a Facebook fino ai robot


Francesco Bellomi  ha cominciato a lavorare con Alberto Allegretti ancora prima che la Mitech nascesse, esattamente nel 1999, in occasione del famoso anno del baco, non un anno dello zodiaco cinese ma il periodo in cui il terrorismo sul Bug del Nuovo Millennio e il paventato tilt dei computer - tutti impallati davanti a un anno che finiva con “zerozero” - dopo aver spaventato addetti ai lavori e inesperti e aver arruolato un numero esorbitante di informatici a “porvi rimedio”, si rivelò un malato un po’ vero e un po’ immaginario e nessuna catastrofe ebbe luogo. Il suo ruolo di “architetto informatico” si può spiegare come quello di chi, all’interno di un’offerta tecnologica sempre più vasta e complessa, sa scegliere la soluzione più utile ed efficiente sia rispetto alle peculiarità settoriali di un’azienda che rispetto a tutte le innovazioni che la tecnologia di continuo propone. Come definiresti l’azienda in cui lavori e di cui sei una delle figure più longeve? FB – La Mitech è una specie di Atelier della Moda: noi tagliamo sul posto, a misura del nostro cliente, il software che gli è utile. Da noi non si comprano pacchetti standard, la nostra azienda non ti dà la risposta tradizionale ma quella che ti introduce l’innovazione su misura per te, questo significa che noi non forniamo solo tecnologia ma un progetto innovativo più ampio e per farlo dobbiamo studiare l’azienda e parlare con chi ci lavora. I preventivi “a priori”, vale a dire pre-conoscenza, per noi non esistono. Nel parlarmi di quello che fa la tua azienda, mi sottolineavi la differenza fra tecnologia nuda e cruda e innovazione, in che senso? FB – Diciamo che la portata innovativa dovuta all’introduzione di un’invenzione tecnica o tecnologica non è sempre proporzionale alla qualità della stessa. Ora mi spiego meglio con un esempio: il tipo di software che sta alla base di Facebook non è più complesso di quelli usati per altre “cose”, anzi rispetto ad alcuni lo è molto meno: in termini meramente informatici questo social si potrebbe definire un’innovazione tecnologica minore però la sua portata di innovazione complessiva, in primis sociale e culturale, è molto forte, quasi rivoluzionaria e nemmeno comparabile alle sue peculiarità informatiche. Quindi per innovazione intendi, in senso più ampio, gli effetti che ha sul proprio tempo un’invenzione di natura informatica? FB – No, non di natura esclusivamente informatica. Ti spiego facendoti un altro esempio, quello della Ford. Quando l’imprenditore americano dell’auto introdusse la famosa “catena di montaggio” all’interno della sua fabbrica – e per farlo prese spunto dal lavoro delle macellerie di Chicago dove i capi di bestiame erano attaccati con cinghie e guide che, nella fabbrica d’auto, divennero il luogo dove scorrevano i telai delle macchine – in realtà ebbe un’intuizione notevole ma realizzò una “struttura” tecnica non così complessa. Però questa innovazione tecnica tutto sommato “semplice” produsse una serie di effetti rivoluzionari: il lavoro organizzato in questa maniera infatti abbassò i costi aziendali, permise di alzare gli stipendi degli operai, aumentò il numero di pezzi prodotti e diminuì il loro prezzo di vendita, perfezionò la qualità delle vetture, permise per la prima volta a chi lavorava alla Ford di diventare anche un’acquirente di un’auto Ford con tutto quello che ciò significava anche nei termini di crescita sulla scala sociale. Si potrebbe dire quindi, col senno di poi, che le grandi innovazioni tecnologiche siano quelle che hanno trasformato in maniera più o meno significativa la vita dell’uomo? FB – Si può dire che le grandi innovazioni della storia sono quelle che hanno portato a un cambiamento ampio culturale e sociale, certamente molto superiore a quello legato alle caratteristiche della tecnologia che le sostiene e talvolta anche non del tutto prevedibile. Quelli che noi proponiamo come Mitech ai nostri clienti finali sono dei progetti innovativi più ampi della mera novità tecnologica, sono degli strumenti che trasformano il loro modo di lavorare semplificandolo. Secondo te quali saranno i prossimi passaggi dell’informatizzazione e quali saranno le tecnologie che domineranno il nostro modo di vivere? Te lo chiedo perché chi non è informatico ha sempre le idee talmente confuse da avere più paure che entusiasmo. FB – Non saprei prevedere tutte le rivoluzioni che ci attendono, è già stato detto molto nella letteratura di genere: Asimov e Clarke – tanto per citare i più noti – fanno ben capire l’impatto emotivo e sentimentale che l’introduzione delle nuove tecnologie può avere. È già in atto (vedi Siri, Echo e Amazon) e caratterizzerà sicuramente gli anni a venire, la tecnologia legata all’intelligenza artificiale che cambierà per forza di cose il modo di fare il nostro lavoro. Esserne consapevoli significa prepararsi a questa rivoluzione ed essere pronti ad una nuova collaborazione con le macchine. Sarà quindi un modo pieno di robot che ci ruberanno le nostre abilità professionali? FB – Ogni previsione sul futuro può mettere entusiasmo o ansia a seconda di come le persone sono emotivamente ma, passate le prime paure dettate dall’ignoto e anche da una sorta di strana competizione con l’intelligenza artificiale, l’approccio che adottiamo noi che di informatica ci cibiamo per lavoro e per passione, è lo stesso da sempre: conoscere le tecnologie, informarsi, studiare, imparare così da applicarle nella maniera giusta perché l’innovazione ci semplifichi la vita. Diciamo che, se l’intelligenza artificiale fosse alla fine così intelligente da restituirci un po’ di tempo libero come potrebbe fare, allora forse avremmo un futuro migliore!
Che la firma sia Chiara

Che la firma sia Chiara


Chiara Ferrari laurea in Ingegneria Informatica a Modena, tesi dal titolo “Applicazione di firma biometrica su dispositivo mobile” discussa nel 2012, fin dal liceo scientifico la voglia di far due chiacchiere approfondite col computer non da semplice utente, quell’interesse che fa la differenza fra chi impara una lingua per sapersela cavare e chi invece vuole immergersi del tutto in un’altra cultura. I suoi studi le insegnano la “lingua” per sviluppare codice, la possibilità di usarla a tempo pieno arriva con l’assunzione alla Mitech nel 2016. Cos’è la firma biometrica di cui parli nella tesi? CF – All’università si era formato un piccolo team col compito di creare una applicazione per cui l’utente potesse visualizzare documenti sul tablet e poi firmarli direttamente sullo schermo senza stampare nulla, col dito o col pennino. Si parla di firma biometrica perché l’applicazione deve riconoscere diversi elementi associati alla forma della firma e al movimento umano per generarla, dalle curve della calligrafia al tipo di movimento, dal distacco della penna ai veri e propri spazi bianchi. La firma digitale è una di quelle invenzioni che hanno a tal punto mantenuto la similarità del gesto tradizionale che all’utente inesperto pare quasi di non aver cambiato sistema, come fosse un semplice cambio di penna e quaderno, lo è davvero? CF – Bhe per la firma col pennino si, mentre per la firma tramite smartphone, l’operatività si è adeguata a supporti ancora più ”personali” di un foglio e una penna. Il punto a mio parere non sta tanto nelle modalità, perché se si ragiona come utilizzatore firmare su un foglio o su una tavoletta può davvero non far percepire differenze, la vera “invenzione” si nasconde principalmente “sotto” ovvero in tutto ciò che ricade sugli effetti della raccolta di una firma digitale rispetto a quella cartacea. Molte innovazioni, come anche i servizi di firma digitale, portano con se una “invisibile” complessità architetturale che non è percepita dall’utilizzatore finale ma che determina di fatto il successo o l’efficacia di queste soluzioni “innovative” nei contesti aziendali. E’ della parte sommersa di ‘progettazione dell’architettura’ che noi ci occupiamo. Passare semplicemente da una firma di carta ad una firma elettronica senza migliorare tutto il flusso di dati non ha senso se non per il risparmio di carta. Tutto il flusso deve evolvere in un sistema virtuoso: gli utenti sono facilitati, i dati sono più puntuali, gli agenti sono più veloci nell’inserire le richieste oltre che più liberi da strumenti e l’azienda ha l’opportunità di creare uniformità tra i suoi processi. Solo così l’invenzione della firma digitale si fa completa, vale a dire quando è in grado di velocizzare non solo il compito di raccogliere la firma ma anche di snellire il lavoro di chi verifica poi i dati in azienda diminuendo nettamente i tempi operativi. La nostra esperienza sui clienti dimostra che la vera innovazione sta nel progettare bene questa architettura che resta invisibile ma rende tutto il flusso coerente ed efficace ben oltre lo strumento. Alla Mitech ti occupi di creare le applicazioni per la firma elettronica? CF - La Mitech non è un’azienda specializzata in questo e quando inseriamo un processo di firma nelle nostre applicazioni utilizziamo un “servizio” di firma elettronica avanzata di cui si occupa un’azienda con cui collaboriamo. Però quello che ho imparato nei miei studi, e che vale per la firma digitale come per molte altre applicazioni, è come la “buona” tecnologia inneschi processi virtuosi di comodità, efficienza, chiarezza e risparmio (di carta, di attrezzature per stampare e riacquisire, di spazi materiali per l’archiviazione dei documenti). Negli anni fra laurea e Mitech, hai fatto altri lavori? CF – Si ho insegnato, facevo la supplente in una scuola superiore e mi appassionava molto, mi piaceva l’idea di creare nei ragazzi molto interesse per l’informatica. Nel tempo tuttavia ho realizzato che mi mancava programmare. Programmare significa partire da un problema e non sapere come risolverlo, la ricerca della soluzione è adrenalinica, ci si arrabbia qualche volta ma si è energici, non c’è bisogno di spiegare agli altri ma solo di pensare, pensare e mettere insieme le risposte. Noi in fondo siamo dei cacciatori di problemi e di soluzioni, abbiamo i nostri linguaggi e le nostre parole chiave predefinite che usiamo per dare una struttura al nostro programma. Quando arriviamo alla risposta giusta, abbiamo compiuto il percorso perfetto.
Il bene Comune: da Mitech alla politica passando per Matteo

Il bene Comune: da Mitech alla politica passando per Matteo


Matteo Biancardi ha 40 anni ed è un veterano dell’azienda, ci lavora infatti dal 2008, l’anno successivo alla sua nascita. Dopo la laurea in Ingegneria Informatica a Brescia, invia un curriculum alla Mitech perché, nella caotica fase in cui ci si guarda in giro e si leggono i numerosi annunci, capisce che proprio lì vorrebbe andare. Posso chiederti perché? MB - Volevo lavorare qui perché la Mitech non era un cliente finale e io desideravo fare consulenza diretta conoscendo diverse realtà aziendali, nei settori più vari. Mi pareva più stimolante, meno abitudinario. Ci sei riuscito? Intendo a non annoiarti. MB – Direi proprio di sì anche perché la Mitech è un’azienda dove ti è sempre richiesto di “pensare”, sembrerà banale ma in realtà l’alienazione di molti lavori viene proprio da una tale ripetitività per cui non devi nemmeno più pensare a quello che devi fare e sviluppi quegli automatismi che, pur rendendo il lavoro meno faticoso, lo riducono anche a una palude di monotonia. Pensare nel campo informatico significa analizzare i progetti, creare soluzioni per i problemi che il cliente ti pone, andare a fondo rispetto al concetto e alla necessità di efficienza, far emergere proprio l’aspetto intellettuale del lavoro. Muoversi su diversi settori, dovendo risolvere problemi sempre nuovi, ti mantiene anche flessibile e pronto a imparare cose che non conosci, a inventare e reinventarti. A proposito di reinventarsi, nel 2012 hai deciso di provare l’esperienza politica… MB – Sì, nel 2012 ho deciso di candidarmi all’interno di una lista civica eterogenea che aveva un progetto e una visione per l’amministrazione del mio Comune che condividevo pienamente; chiaramente avevo anche voglia di capire come potesse essere utile il mio bagaglio di conoscenze informatiche al vivere di un cittadino. Abbiamo vinto la competizione e sono diventato il vicesindaco di Goito, ho ricoperto quel ruolo per cinque anni e dal 2017 sono invece assessore all’ambiente e allo sviluppo tecnologico. Ovviamente ho potuto farlo perché Allegretti (patron della Mitech) mi ha permesso di ottenere un part-time verticale, l’ha fatto perché ha capito che questo ruolo poteva essere una risorsa creativa anche per l’azienda, spesso infatti abbiamo studiato insieme al team dei colleghi delle soluzioni finalizzate a migliorare la vita del cittadino aumentando anche le nostre competenze di consulenti nella complessa e peculiare area dei servizi pubblici. Mi fai un esempio di soluzioni “create” da Mitech per la vita del cittadino? MB - Per esempio, da una serie di informazioni capillari da me mutuate dall’esperienza in Comune, abbiamo studiato la creazione di una piattaforma per la raccolta differenziata che potremo proporre ai diversi Comuni. Quali sono i problemi dell’informatizzazione dei Comuni? Il concetto di Smart City si realizza sempre in modo positivo? MB – L’entusiasmo che accompagna determinati concetti come quello di Smart City  deriva talvolta da un esagerato ottimismo nei confronti di tutto ciò che si marchia del concetto di “innovazione tecnologica”, in realtà bisogna capire davvero cosa può essere utile a un Comune medio-piccolo e se ci sono le risorse umane e materiali per sviluppare determinati servizi in modo da non investire in innovazioni tanto dispendiose quanto insensate, come si deve evitare di imboccare la strada di una raccolta dati immane che poi non si sa come gestire. In questo ultimo decennio la gara delle aziende per potersi occupare dell’informatizzazione dei Comuni è stata a tal punto insistente e caotica da rendere difficile – per chi amministra il bene comune – cosa scegliere. Sulla base delle mie esperienze lavorative, mi sono mosso con la consapevolezza di cosa avesse bisogno Goito per diventare un paese più smart ma anche di cosa non servisse. Abbiamo lavorato molto nella direzione della digitalizzazione degli atti amministrativi, eccellente sia per il risparmio di carta che per il reperimento di informazioni, abbiamo reso possibile le iscrizioni on line dei cittadini ai servizi scolastici e i relativi pagamenti.