Che la firma sia Chiara

Che la firma sia Chiara

Chiara FerrariCFmitech_BOARD

laurea in Ingegneria Informatica a Modena, tesi dal titolo “Applicazione di firma biometrica su dispositivo mobile” discussa nel 2012, fin dal liceo scientifico la voglia di far due chiacchiere approfondite col computer non da semplice utente, quell’interesse che fa la differenza fra chi impara una lingua per sapersela cavare e chi invece vuole immergersi del tutto in un’altra cultura. I suoi studi le insegnano la “lingua” per sviluppare codice, la possibilità di usarla a tempo pieno arriva con l’assunzione alla Mitech nel 2016.

  • Cos’è la firma biometrica di cui parli nella tesi?

CF – All’università si era formato un piccolo team col compito di creare una applicazione per cui l’utente potesse visualizzare documenti sul tablet e poi firmarli direttamente sullo schermo senza stampare nulla, col dito o col pennino. Si parla di firma biometrica perché l’applicazione deve riconoscere diversi elementi associati alla forma della firma e al movimento umano per generarla, dalle curve della calligrafia al tipo di movimento, dal distacco della penna ai veri e propri spazi bianchi.

  • La firma digitale è una di quelle invenzioni che hanno a tal punto mantenuto la similarità del gesto tradizionale che all’utente inesperto pare quasi di non aver cambiato sistema, come fosse un semplice cambio di penna e quaderno, lo è davvero?

CF – Bhe per la firma col pennino si, mentre per la firma tramite smartphone, l’operatività si è adeguata a supporti ancora più ”personali” di un foglio e una penna. Il punto a mio parere non sta tanto nelle modalità, perché se si ragiona come utilizzatore firmare su un foglio o su una tavoletta può davvero non far percepire differenze, la vera “invenzione” si nasconde principalmente “sotto” ovvero in tutto ciò che ricade sugli effetti della raccolta di una firma digitale rispetto a quella cartacea. Molte innovazioni, come anche i servizi di firma digitale, portano con se una “invisibile” complessità architetturale che non è percepita dall’utilizzatore finale ma che determina di fatto il successo o l’efficacia di queste soluzioni “innovative” nei contesti aziendali.

E’ della parte sommersa di ‘progettazione dell’architettura’ che noi ci occupiamo. Passare semplicemente da una firma di carta ad una firma elettronica senza migliorare tutto il flusso di dati non ha senso se non per il risparmio di carta. Tutto il flusso deve evolvere in un sistema virtuoso: gli utenti sono facilitati, i dati sono più puntuali, gli agenti sono più veloci nell’inserire le richieste oltre che più liberi da strumenti e l’azienda ha l’opportunità di creare uniformità tra i suoi processi. Solo così l’invenzione della firma digitale si fa completa, vale a dire quando è in grado di velocizzare non solo il compito di raccogliere la firma ma anche di snellire il lavoro di chi verifica poi i dati in azienda diminuendo nettamente i tempi operativi.

La nostra esperienza sui clienti dimostra che la vera innovazione sta nel progettare bene questa architettura che resta invisibile ma rende tutto il flusso coerente ed efficace ben oltre lo strumento.

  • Alla Mitech ti occupi di creare le applicazioni per la firma elettronica?

CF – La Mitech non è un’azienda specializzata in questo e quando inseriamo un processo di firma nelle nostre applicazioni utilizziamo un “servizio” di firma elettronica avanzata di cui si occupa un’azienda con cui collaboriamo. Però quello che ho imparato nei miei studi, e che vale per la firma digitale come per molte altre applicazioni, è come la “buona” tecnologia inneschi processi virtuosi di comodità, efficienza, chiarezza e risparmio (di carta, di attrezzature per stampare e riacquisire, di spazi materiali per l’archiviazione dei documenti).

  • Negli anni fra laurea e Mitech, hai fatto altri lavori?

CF – Si ho insegnato, facevo la supplente in una scuola superiore e mi appassionava molto, mi piaceva l’idea di creare nei ragazzi molto interesse per l’informatica. Nel tempo tuttavia ho realizzato che mi mancava programmare. Programmare significa partire da un problema e non sapere come risolverlo, la ricerca della soluzione è adrenalinica, ci si arrabbia qualche volta ma si è energici, non c’è bisogno di spiegare agli altri ma solo di pensare, pensare e mettere insieme le risposte. Noi in fondo siamo dei cacciatori di problemi e di soluzioni, abbiamo i nostri linguaggi e le nostre parole chiave predefinite che usiamo per dare una struttura al nostro programma. Quando arriviamo alla risposta giusta, abbiamo compiuto il percorso perfetto.