Più che un’etichetta, serve un lenzuolo

Più che un’etichetta, serve un lenzuolo

Giulia Bevilacqua NBmitech_BOARD

è la sola Graphic Designer di Mitech ma quando si prova ad appiccicarle questa definizione, lei sorride in quel modo un po’ sarcastico che ci tira fuori subito la prima domanda.

  • Giulia sembri non riconoscerti nell’etichetta che su Linkedin ti rappresenta…

GB – Più che non riconoscermi, credo che se lavori in un’azienda medio-piccola, il tuo ruolo non sia circoscrivibile in due paroline unite da un trattino. Dire quello che faccio, al di fuori delle mansioni standard, è complesso e varia a seconda delle persone con cui collaboro, a ciò che riesco a immaginare e allo spazio che ci viene concesso per fare proposte. Se voglio tentare di fare il mio lavoro al meglio, non posso essere una figura ieratica che se ne sta ferma alla sua postazione: è utile essere presenti già nella fase di marketing e presales, sia per arrivare a centrare l’obiettivo delle richieste che per conoscere il potenziale cliente e capire senza intermediari di quali servizi digitali necessita. L’empatia generata dal vis à vis e dal dialogo giova molto al risultato finale.

  • L’idea che voi “graphic designer” possiate arrivare in ultima fase a dare alla pagina una “spennellata” di viola, insomma che il vostro lavoro sia semplicemente trovare una bella carta per confezionare il regalo, forse è uno dei motivi per cui siete un po’ schiavi di questo aggettivo che vi definisce, “grafico”, che racconta molto poco di quello che realmente fate.

GB – E’ vero, spesso quando si coinvolge un designer, ci si aspetta che arrivi a lavoro finito a scegliere i colori e a creare un bel logo, ma soprattutto a rendere un’applicazione magari mal fatta un lavoro strepitoso. Invece oggi, sempre di più, chi progetta deve fare un lavoro complesso di “traduzione” delle esigenze dei diversi interlocutori coinvolti per renderle commestibili a tutti e riconsegnare una visione dei benefici per le diverse parti. Per farlo serve elasticità mentale, ottima conoscenza delle opportunità tecnologiche e anche la capacità di superare le zone di comfort tecniche che condizionano le diverse professionalità.
Io poi, se proprio dobbiamo darci un nome, all’abusata etichetta di Graphic Designer prediligo quella di Communication Designer perché quando lavoriamo per un’azienda, le attività che ci richiedono prevedono spesso di “progettare la comunicazione”. Questo significa, non tanto aggiungere estro creativo, bensì saper valorizzare nello scenario tecnologico più idoneo le scelte fatte dai responsabili IT e marketing del nostro cliente.

  • Sempre nel tentativo di capire questa sottovalutazione, o meglio percezione di “invisibilità” del lavoro che tu come tanti altri svolgete, può esserci il fatto che chi vede un’interfaccia semplice e pulita, può fare l’equazione “zero lavoro per crearla”?

GB – Credo proprio di sì, soprattutto negli ultimi anni in cui si è assistito a una “dematerializzazione” dell’interfaccia che significa che la videata che ci troviamo davanti è alleggerita da qualsiasi elemento non funzionale, contornata da elementi armonici e essenziali, curata in modo maniacale nei dettagli stilistici ma anche ricca di interazioni che sottendono una certa complessità tecnologica (pensiamo ad esempio al chat-bot). In realtà la semplificazione dell’interfaccia non significa semplificazione del lavoro per crearla, significa solo che il nostro lavoro rimane più trasparente e il risultato più leggero.

  • Insomma, come diceva un maestro del design, Van Der Rohe, “Less is more”, concetto che riassume perfettamente tutto ciò che sta dietro a questo discorso.

GB – Sì, il concetto “less is more” credo sia un mantra in ogni disciplina, ma in alcune in modo particolare: la scrittura, la progettazione grafica o il web design, ad esempio. Io do molta importanza alla capacità di attenzione delle persone, ogni giorno siamo bombardati da stimoli di ogni tipo e, nel pensare all’esperienza di un utente, cerco di considerare il costo che richiedo in termini di attenzione. Se un’applicazione mi vincola a passaggi complicati – ma anche a solo due click in più – vuol dire rubare più tempo a chi lavora. Per questo motivo le interfacce si stanno dematerializzando, per lasciare gli elementi essenziali a rendere l’utilizzo estremamente efficace, facile da memorizzare e anche coinvolgente. Questa è una delle ragioni per cui i software pre-configurati e superaccessoriati non sono sempre la scelta più efficace.

  • Cosa fate voi di Mitech per potenziare questi aspetti?

GB – Beh, intanto il nostro approccio da sempre è quello di far emergere la personalità dell’azienda anche quando gli utenti sono i dipendenti interni o i partner. Però facciamo molto di più: i portali o le applicazioni che realizziamo noi non sono confinate per forza all’utilizzo del sistema attraverso il computer. Gli utenti scelgono di ricevere avvisi, mail o messaggi sul telefonino, possono approvare un pagamento dal telefono personale in tutta sicurezza o chattare con i referenti. Sempre con un occhio al futuro, noi cerchiamo di prevedere un percorso che segue l’utente mentre lavora, sui suoi canali e dove è più comodo. Siamo già pronti allo scenario in cui da telegram o whazzup potrai parlare direttamente con la tua azienda, prenotare le sale, verificare i pagamenti: tutto questo io non lo vedo affatto fuori dai confini della mia professione perché, anche se avrò meno elementi grafici da presentare, so già che le competenze da mettere in campo saranno comunque molte e stiamo facendo il possibile per farci trovare pronti.